dal catalogo di Art Shake festival:


LUSESITA:

La fragilità della ceramica è la delicatezza di creature sottoposte ad una metamorfosi, operata dall’immaginario dell’artista, chirurga di bambole e navigatrice del tempo, degustatrice di biscottini al veleno fatti con tessuto di cuore. Cuocere (la ceramica), cucire (i corpi di molte sculture), generare (tutto un mondo d’arte): attività attribuite al femminile, che entrano in un mixer in cui, senza distinzione di genere, si amalgamano sogni ad occhi aperti e desideri spezzati, ali fragili e inutilizzabili, armature a protezione di sensibilità di donna, che delle proprie lacrime fa ornamento di sé.
Collage da riviste retrò anni 50, illustrazione ottocentesca ed esseri amorfi con casco da astronauta, o forse palombari, formano poesie di ceramica partorite dall’artista perché cantino di ferite ricucite, desideri che mantengono vivi, baci rinchiusi nello scrigno intarsiato del suo cuore, di cui ogni opera è un pezzetto, offerto a tutti noi. Da maneggiare con cura, accarezzandolo con gli occhi.

Español
La fragilidad de la cerámica es la delicadeza de las criaturas metamorfoseándose de Lusesita, cirujana de muñecas y navegadora en el tiempo,degustadora de galletas al veneno hechas de tejidos de corazón. Cocer la cerámica, coser los cuerpos de muchas esculturas, generar todo un mundo de arte: actividades atribuidas a lo femenino, que entran en una mezcla donde,sin distinción de genero se juntan sueños con los ojos abiertos y deseos rotos, frágiles alas, inutilizables armaduras protecciones se sensibilidad de mujer que lleva sus propias lágrimas como joyas.
Collages de revistas retro de los años 50, ilustraciones del siglo XIX y seres amorfos con cascos de astronautas o quizá buceadores forman poesías de cerámica paridas por la artista, para que se canten sobre heridas recosidas, deseos que siguen vivos, besos encerrados en el cofre tallado de su corazón, cada uno un trocito ofrecido a todos nosotros. Para ser manejado con cuidado acariciándolo con los ojos.

MAICOL & MIRCO

Esseri amorfi in mondi fatti di protuberanze organiche mollicce irridono stereotipi e paure normalmente soggette a quotidiane esorcizzazioni. Dal fumetto alla tela, l’humour noir degli artisti gioca a palla con le budella del perbenismo e stacca a morsi le escrescenze virulente di ipocrisie socialmente accettate. Come teppistelli di periferia con le moto, da bulli ridicolizzano timori di morte e deformità. Deformi e destinati ad essere disillusi, i loro personaggi si lasciano andare ad una spensieratezza nichilista, mentre giocosi si impenano nella gestione dei loro mondi di organismi autoriproducentesi.
E rimaniamo tutti soli con le nostre consapevolezze addormentate tra le viscere dell’esistenza.

108

Forme nere catturano chi le osserva nell’inquietudine di ciò che resta misterioso e non si svela, ma crescendo, informe, ha in sè tutte le forme dell’immaginario e fa a brandelli ogni tentativo di identificazione, di attribuzione di una forma precostruita, di senso finito.
Sagome nere che emergono dall’ inconscio si aggrappano ai muri delle città, si spandono sulle tele affascinando con la carica enigmatica e carismatica di un mistero arcaico di cui sono segni, prodotti dall’io non condizionato dalla parte cosciente, dalla ratio.
108, il nome dell’artista, è un numero intriso di simbologia mistico-esoterica, che libera le pulsioni svincolandole da ogni capitalizzazione, globalizzazione, condizionamento del pensiero e della creatività, del sentire e della comunicazione. L’informe è l’essere in potenza, l’essenza oltre la forma, oltre ogni convenzione, che sfugge alla manipolazione della “polizia segreta del subconscio”. E’ potenza non controllata e perciò occulta, che si riallaccia a neolitiche credenze per ritrovare gli antichi legami con le entità impalpbili, unica catarsi di un mondo che idolatra il materiale e capitalizza e violenta il proprio lato spirituale.

SILVIA IDILI

Umano e animale hanno una comune essenza nell'inquietudine che abita spazi incerti, senza luoghi, fatti di buio. O con un interruttore della luce a suggerirvi possibili realtà visibili dietro un mistero: l’arcano intuibile e inafferrabile del destino che accomuna esseri umani e animali, colti dall’artista in un gioco delle parti fatto di gesti sopesi.
Negli oscuri luoghi dipinti tracce di quotidianeità suggeriscono presenze, tramite oggetti riconoscibili persi in un tempo lontano di aritsocratiche bisnonne, in confronto a cui si ha l’impressione di giungere in ritardo.
L'animale antropomorfo distorce l'esclusività del relazionarsi, della malinconia, del sentire. La comune appartenenza è esperita dall’uomo acefalo che assume testa di bestiola e risiede in quegli spazi indefiniti e oscuri, dove tutto è accaduto e sta per succedere e la ragione cede spazio al sentire.

PEIO PEEV

Disegni e schizzi sono una raccolta di suggestioni e visioni, trasferite su carta con un’immediatezza che congela in un disegno l’attimo in cui il corpo cede e mostra la propria deformità. Ogni incontro, ogni persona, attori di un film, giocattoli o eroi dei fumetti sono dall’artista scorticati, indagati e mostrati sul foglio nel loro aspetto mostruoso, ridicolo, inquietante.
La deformità è l’interazione emozionale con l’altro, senza filtri.
Peio ricostruisce la realtà e i ricordi mescolando tratti somatici, situazioni, personaggi, sovrapponendo azioni e ruoli, che spiazza.
Offre un cosmorama del suo interfacciarsi col mondo, che ricostruisce secondo il proprio sguardo. Con il suo sguardo vediamo personaggi e situazioni in cui il tempo è sospeso, così come sono sospesi ogni giudizio e ogni interpretazione. Resta solo lo scorticamento di quella patina lucidante che nelll’odierno confondersi sempre maggiore di reale e virutale, rende tutto finzione.
Peio coglie ognuno nel momento di distrazione dal proprio ruolo e con un gesto rende la distrazione eterna.

MOIRA RICCI

Se il “the end” fosse stato tragico io sarei stata piú abituata a soffrire per le delusioni d'amore”. La tv, il cinema, parte della letteratura offrono visioni dell’amore a lieto fine, drammi di vita che attingono alla realtà per consolarci delle delusioni che sovente riserva.
Il lieto fine è l’illusione cinematografica che fornisce facili speranze di risoluzione positiva delle complicazioni sentimentali. Cosa sarebbe successo a Sandy di Grease, Holly di Colazione da Tiffany, Ariel del disneyano La Sirenetta se avessero perso per sempre i loro amati? Che a noi bambine non avrebbero proposto ulteriori storie a lieto fine che ci lasciano impreparate alle sofferenze della vita, sognando principi azzurri e trionfi di amori imperituri. La vendetta è allora cambiare i finali dei film, rimontarne le immagini e far soffrire anche loro, le Sandy e le Holly, le donne dell’happy end come il Tempo delle Mele o Top Gun e tanti altri film culto, con lieto fine da lacrime e pop corn.
Nella vita reale però i pop corn sono spesso salati di lacrime e, operare una finzione nella finzione per recuperare un senso di realtà contro la proposizione di sdolcinati e illusori modelli di massa, è tanto ironico, quanto drammatico. Un gioco apparentemente spensierato, che attinge a sentimenti profondi, in cui ogni donna sa riconoscersi.

KAFRE

Studia la simbolizzazione dei contrasti spirituali e della pretesa di illustrare e definire la totalità, senza cadere nell’errore della rappresentazione, illusione e tradimento. La realtà infatti eccede sempre la nostra capacità di analisi concettuale.
Nel lavoro di Kafre confluiscono i suoi studi dell’arte e della mistica medioevali, delle illustrazioni alchemiche e dei bestiari e di ogni arte che indaghi il processo di conoscenza, fin dall’antichità.
La consapevolezza dell’impossibilità della conoscenza assoluta e della salvezza nel Divino è la maledizione dello gnostico, la dannazione di un’esistenza che porta il marchio dell’abbandono, dello scisma tra l’uomo e i Misteri del cosmo. La ciclicità, il dualismo e l’eterno ritorno, l’Uroboro associato alla continuità del tempo, al divino e al terreno, luce e lama, il conflitto con la storia e il tentativo di dare corpo e aspetto alle proprie ossessioni, sono la base di un’arte come rituale alla ricerca di un equilibrio. La creazione di un mondo di simboli serve per conoscere e orientarsi lucidamente nella “foresta di simboli” della realtà.

SILVIA ARGIOLAS

Dentro favole dipinte, ragazzine sognanti hanno echi di incubo tra i capelli e tra le braccia rami d’inquietudine. Abitano foreste e boschi, che allungano artigli a protezione e i cui colori si sfumano a formare esseri morbidi e trasparenti, pronti a offrire dolcezza. L'apparenza però non dà certezza che non ci siano violenza e dolore, nè che la trasparenza non sia in(d)izio di una morte.
Il ballo sull’età sospesa in eterna fanciullezza, da leggiadro diventa allora insostenibile, romantica struggenza di malinconica non appartenenza a questa realtà, sempre sul punto di incombere sui luoghi fabulistici dell’artista, con meravigliosa inquietudine.

NORA NOAH WUYTACK

Un mondo delle Meraviglie in cui Alice è cresciuta, ma non troppo e saltella in mondi abitati da animali ibridi e coloratissimi, dalle sembianze allegre e bambinesche, ma velati di malinconia. A volte mostrano di avere una sorprendente ferocia trannenuta, eco delle reali leggi di natura, che l’uomo ha allontanato da sè con codificazioni socioculturali.
Il Bambi dell’artista si divertirebbe a giocare con lamette e rasoi affilati; le sue Alice, bambine come lei abitanti dei propri sogni, delle proprie visioni, così innocenti sembrano stringere un po’ troppo in mano i teneri coniglietti bianchi, spogli della propria autorità.
L’artista gioca con la sovrapposizione dei registri di dolcezza e violenza, dando vita a personaggi in ceramica, con aggiunte di materiali diversi come capelli o veletti, che strappano sorrisi e il cuore a colpi di tenerezza. Bambine vampire e principi porcospini con la coroncina preziosa sembrano estratti dai nostri sogni di bambini, proiezioni delle nostre memorie, delle nostre menti liberate da condizionamenti del quotidiano esistere e pensare. E tutte le poesie delle scuole elementari diventano filastrocche tridimensionali per bambini cresciuti, con idee come proiettili, non sempre caricati a salve.

ART SHAKE FESTIVAL





ART SHAKE festival
Termoli 27 Dicembre - 3 Gennaio
Galleria Civica d'Arte Contemporanea

a cura di Emanuela De Notariis
www.artshakefestival.blogspot.com

Nato come progetto di ricerca e sperimentazione nell’ambito dei linguaggi artistici giovanili, Art Shake interagisce con cittadinanza e spettatori, all’interno e all’esterno del mondo dell’arte, attraverso l’interfaccia dell’intrattenimento. Cercando di porsi come un’alternativa agli eventi artistico-culturali rivolti a circuiti e fruitori specifici, Art Shake promuove arte caratterizzata da ibridismo linguistico e molteplicità di media, che lenisca con la meraviglia le ferite del reale.

Un fil rouge lega le arti visive alla musica, la performance e alla letteratura, sangue di quest’epoca controversa di cui metabolizzano inquietudini e contrasti, spellandoli, sviscerandone sovrastrutture socioculturali e cucendovi su altre pelli, fatte di immaginazione.
Un’epoca in cui i blog e la poesia, i fumetti e la storia dell'arte, sono ugualmente fonti di ispirazione, maestri di un linguaggio di segni ad elevato potere sensibile, rimedi dell'immaginario a una realtà a rischio schizoide.

Art Shake nasce a Termoli, cittadina sulla costa molisana. Dimostra come le “periferie culturali”, possano essere luoghi di sperimentazione, in territori non ancora soggetti alla saturazione di eventi. Diventando così stimolo e battaglia per l’affermazione di una cultura contemporanea che dialoghi con il tradizionale ed il locale, mettendo in gioco lo spettatore come parte attiva.


ARTISTI:

PITTURA, SCULTURA, INSTALLAZIONE: 108, Silvia Argiolas, Franco Brambilla, Luigi Copello, Gabriella Ciancimino, Tommaso Gorla, Kafre, Silvia Idili, Letizia Lomma, Lusesita, Nicola Macolino, Pietro Mancini, Maicol & Mirco, Sergio Mora, Peio Peev, Poilacartabrucia, Moira Ricci, Giuliano Sale, Alessandra “Banana” Tisato, Cristina Urban, Nora Noah Wuytack.
VIDEOARTE:
Amae, Mariana Ferratto, Marco Morandi, Cosimo Terlizzi, Virgilio Villoresi.
CORTOMETRAGGI: Fabrizio D’Errico, Molise Cinema
FUMETTO:
Super Amici
LETTERATURA: Pier Paolo Giannubilo, Marco Taddei
MUSICA:
Orchestra del Cervello Meccanico (108, Gustav Landin, Mat 64, Pira666, Trashsound), Morkobot, La Pingra, Errichetta Underground.

TUTTI I TESTI SONO SU: www.artshakefestival.blogspot.com

Informazioni:
artshakemail(at)gmail.com
www.artshakefestival.blogspot.com
www.myspace.com/artshake www.facebook.com (nome: Art Shake)

:::::::::::::::::::::::::::ENGLISH VERSION:::::::::::::::::::::::::::::::

Born as a project of research and experimentation within young artistic languages, Art Shake interacts with the public and the city, inside and outside the art system, through an interface of entertainment.
Trying to be alternative to the artistic and cultural events directed to a specific target, Art Shake promotes art charachterized by hybrid languages and multiplicity of media, able to soothe the wounds of reality, with wonder.

A fil rouge connects visual arts to music, performance and literature, all made of the blood of the controversial epoch we’re living in. They metabolize conflicts and uneasiness of our epoch, skinning it and gutting its sociocultural superstructures. And then sewing new skins over it, made of imagination.
Today blogs and poetry, comics and art history are all equal sources of inspiration, masters of a language of signs with an highly sensitive power, remedies made of imaginary, for a schizoyd-risk society.

Art Shake was born in Termoli, a small town of molisan coast of Italy. It shows how “cultural outskirts” can be right places for experimentation, because they’re re not subjected to the saturation of events. So they become stimulus and battle for the achievement of a contemporary culture, that dialogues with local and traditional, giving an active role to the public.

Art Shake’s visual artists, videomakers, performers, musicians and writers come from different parts of Europe, of Italy and of Molise region.
In the web, Art Shake and it’s artists work with the main social networks, because they consider art as exchange, communication, net of sinergies.

D.V.DROPS 2

ARTISTI A CONFRONTO ITALIA | INGHILTERRA

MAR.16 dic. 2008 h.21.00

Ferrara, Centro Teatro Universitario

a cura di Emanuela De Notariis (per l'Italia) e Francesco Ventrella (per l'Inghilterra).

evento legato alla mostra Visuale, a cura di Yoruba e Amae, nell'ambito del festival Art Fall, Ferrara.

Dal catalogo:

La visione penetra sotto la pelle della realtà e ne viola i segreti, velandoli di poesia che abita mondi onirici, di leggerezza che sussurra crudeltà di solitudine fascinosa. La visione diventa visionaria, accattivante, leggiadra ballerina sulle nostre segrete emozioni, su palcoscenici di fiabe insanguinate di reale. Fiabe come fiction, a volte leggera, a volte politica. Commedia che a volte fa il verso all’epica.

DvDrops 2 non è il risultato di una riflessione concettuale tra immagini e temi, ma piuttosto il discorso, sempre aperto, inconcluso e forse inconcludente, su un modo di vedere come mezzo attraverso il quale scegliere, catalogare e mostrare immagini in movimento. L’idea di unire artisti italiani e inglesi non nasce solo dai rapporti culturali che entrambi i curatori intrattengono con i due paesi, ma deriva forse dal modo in cui strumenti come Youtube e Myspace cambiano la distribuzione delle immagini in movimento. Il dibattito ormai obsoleto sul divario tra videoarte e cinema lascia quindi il posto al ruolo dello spettatore come vero mezzo di distribuzione dell’immagine, come soggetto che trasmette se stesso (broadcast yourself).
Fare, sperimentare, manipolare, collaborare sono i verbi tutti molto pratici che sembrano rappresentare un gruppo di dieci artisti che più che fare da se (per parafrasare la cultura inglese del Do It Yourself), sembrano piuttosto fare se stessi con e grazie alla collaborazione con altri: l’immagine in movimento diventa solo un supporto, mentre il vero medium si sposta nel corpo e nell’immaginazione di chi guarda.
Emanuela de Notariis e Francesco Ventrella


ARTISTI:

ITALIA: Andreco, Marco Morandi, Christian Rainer, Virgilio Villoresi.

INGHILTERRA: Ashley Dean, Laura Kloss, Joe Mawson, Lee Pearman, Gaia Rosenberg Colorni, Leonor da Silva.

NON OFFRIRMI ASFODELI DI PLASTICA II

A cura di Emanuela De Notariis
Festival Molise Cinema
Casacalenda (CB)
5 - 10 Agosto 08




Non Offrirmi asfodeli di plastica alla sua seconda edizione porta i video d’artista all’interno delle case della Terra Vecchia, il centro storico di Casacalenda.
Dalle finestre, nei cortili e negli ingressi di edifici abitati e non, gli schermi con i video operano un’intrusione nell’intimità del luogo, che si connota come scambio: tra i video, l’intimità degli inquilini e il pubblico, ma anche tra l’abbandono e la nuova vita data dall’azione artistica.
I video sono il tramite e il veicolo di questa interazione, presenze che sconvolgono il senso dei luoghi entro i quali si intrufolano per rivelarci altri mondi, onirici, meravigliosi, inquietanti e affascinanti. Videomondi a cui lasciarsi andare, guidati dai suoni che ci condurranno da uno schermo all’altro, nel borgo solitamente silenzioso.

VIDEOARTISTI:
Amae
Andreco
Ericailcane
Emanuele Kabu
Lolo
Sosaku Miyazaki
Marco Morandi
Beatriz Sanchez
Carlo Michele Schirinzi
Virgilio Villoresi

I VIDEO:
Se una pecorella prendesse un pugnale per sgozzare i sogni impigliati sul tuo cuscino, su cui un santo scolorito dal fumo delle candele votive poggia il suo sguardo mostrandoti le viscere, reliquie dove intingere pennelli per colorare pesciolini volanti che ci portino al circo magico che balla acrobazie per la città, andresti di notte su un aereo di carta a gironzolare negli intestini di un mostro fluo? Per venirmi a dire una poesia, vola nel mio pianoforte e le libellule ci saranno amiche, sfiorando organi esposti di santi che piangono make-up e brillantini, perché il corpo è di plastica o si è perso tra i bombardamenti a sud ed è poesia di solitudine dell’esistenza, ma balla leggero le sue musiche retrò, rubandomi il cuore per cucirselo sul petto mentre piove e io costruisco protesi notturne. Osserva le storie raccontate sott’acqua da fantasmi senza veli, perduti tra meduse che rincorrono cani di carta a dipingere muri, perché c’è un uccellino che impedisce il suicidio del sole. Lo sai che i miei mostri sono amici dei Beatles? Vorrei chiudere il mondo in una nuvola che lo risputi alla rinfusa, per poi ballare tra le novità aspettando la nave degli scheletri vestita da albero giocoliere, tra strade che sono collage dei miei sogni di cartoncino colorato, mentre tu pedali veloce sulle mattonelle del tuo bagno.
Emanuela De Notariis

Per la prima volta Molise Cinema presenta una sezione di videoarte, articolata in diverse sezioni.
Video di artisti italiani e internazionali saranno visibili nelle sezioni Burn curata da Angelo Capasso ed Emanuela Nobile Mino, “Non offrirmi asfodeli di plastica, a cura di Emanuela De Notariis, Turn love to hate a cura di Christian Rainer, “…e non ho parole, a cura di Massimo Palumbo.
www.molisecinema.it

ART BOX

container 1:
ANTONIO RIELLO
“Italiani Brava Gente”
1997, videogioco.




Nel 1997, anno di creazione del videogioco “Italiani Brava Gente”, innumerevoli imbarcazioni gremite di profughi provenienti dall’Albania attraccavano sulle coste pugliesi, suscitando in Italia preoccupazione sociale e allarmismi mass-mediatici. Attorno ai profughi albanesi venne pian piano costruito uno stereotipo negativo, che li considerava tutti dei potenziali criminali.
Nel 2008 altre fughe, altre migrazioni creano ulteriori dibattiti sulla considerazione dell’ ”altro”, sull’accoglienza e la xenofobia, provocano violenze e diffusione di ulteriori stereotipi socio-culturali.
Il videogioco di Antonio Riello evidenzia, dissacra e spinge al paradosso tali costruzioni mentali, smantella gli stereotipi cuciti addosso agli emigranti albanesi dalle fobie della nostra società. Stereotipi che mettono in crisi la tradizionale ospitalità italiana.
Il videogame ha una grafica elementare, un solo livello di gioco, perchè l’innovazione tecnologica lascia spazio al contenuto, le cui ironia e forza concettuale sono ancora estremamente attuali. “Italiani Brava gente” è la prima opera d’arte sotto forma di videogame in Europa e dimostra come il gioco e l’ironia possano diventare delle vere e proprie armi per decostruire e distruggere le mitologie negative di una società. Il gioco è ideato sul classico modello “spara ai cattivi”, inserito però in un contesto reale e contemporaneo. Il giocatore assume il comando di una batteria costiera nel canale di Otranto per sparare alle navi albanesi, che altrimenti approdano in Puglia e fanno sbarcare clandestini che, proprio come da copione, commettono furti e stupri, con tanto di urla femminili in sottofondo.
La relazione tra il gioco e l’attualità rende l’operazione forte, provocatoria, carica di cinica derisione che irrita ogni buonismo, e dimostra che giocare con la banalità e i luoghi comuni può aiutare a demolirli.
Il videogioco eccedendo l’ambito del quotidiano va a collocarsi tra gli altri media artistici, si pone come ponte tra cultura alta e bassa, reale e virtuale, e costituisce un notevole spunto di speculazione teorica, artistica e sociale. L’opera d’arte diventa così politica, senza fornire giudizi morali, ma spunti di riflessione per il pubblico.
Vedere i drammi di un popolo trasformati in videogioco può paradossalmente essere più efficace del guardarli in un filmato “reale”, magari al telegiornale. Proprio perchè cambiando il contesto, si agisce laddove manca la protezione dell’incasellamento degli argomenti nei contesti consueti, confinati nei limiti imposti dal perbenismo di facciata. Riello spinge all’eccesso il lato oscuro non solo di un popolo intero, in questo caso quello italiano, ma dell’umanità.
Durante la battaglia si sente la musica di “O sole mio”, il prototipo/stereotipo della canzone italiana, la spensieratezza che stride con il sanguinoso conflitto, alla fine del quale il giocatore che uccide parecchi profughi viene osannato dalla folla.
E’ scandaloso che Riello ironizzi a tal punto su un dramma reale?
No, perchè l’artefice di questa storia non è l’artista, è la società. Antonio Riello mette in gioco i drammi e le debolezze socio-culturali dell’Occidente, perchè ironizzarne diventi stimolare una riflessione. E’ così che dalla sua fervida creatività nascono sculture come armi per signora dalle impugnature leopardate, bombe a mano incastonate di cuoricini e brillantini, navi da guerra con vedute di Pisa o missili con immagini sacre. Riello ci mette di fronte ai miti, alle contraddizioni e alle ipocrisie della nostra società, offrendoci la redenzione della risata, insieme alla presa di coscienza.
Emanuela De Notariis








ART BOX

container 2:
CARLO MICHELE SCHIRINZI
“Arca di Concentramento”
2008, video DVD loop, colore, 08’50”.



La storia, naufraga, lascia all’acqua memoria di sé.
Nel video di Carlo Michele Schirinzi due corpi dalle tonalità livide, cineree, si lasciano andare al desiderio, ad un contatto che li rivela vivi solo come ricordo, impresso sulla pellicola. I frammenti del vecchio film, rielaborati dall’artista, sono la pelle stessa dei due corpi, distorti perchè pelle erosa dal tempo, che lava via come pioggia incessante ogni distanza temporale. E tutto entra a far parte dello stesso dramma.
L’acqua culla le immagini, dà voce al dramma, ne è il sonoro. E’ mare notturno, teatro di transumanze adriatiche di scafi in fuga. E’ pioggia che rimanda a diluvi distruttori e che cade in un paese silente irradiato di luce viva, rossa, vibrante, in contrasto con il grigiore dei corpi, come un alternarsi di realtà e ricordo. Così il lampione, rosso, scrutante, è presenza viva che frammenta la memoria. L’ acqua è anche doccia, che dissolve il corpo di donna, splendida nel desiderio, e lo irradia di luce distruttiva, come nelle docce terribili latrici di morte nazista.
Il mare unisce passato e presente, migrazioni di ogni tempo e attuali traversate adriatiche, dirette verso Selene, la luna, dove il corpo è leggero ma il perché “ è un mistero non si sa” ed “è bello stare qua”. Così canta Modugno alla fine del video, nella canzone “Selene”, che alleggerisce il dramma della doccia ed evoca una felicità altrove e la voglia di amore, come quella dei due corpi, e di fuga, come di chi abbandona i propri luoghi e si avventura nel mare.
Il container diventa allora “arca dedicata ai turisti forzati dei naufragi storici” (C. M. Schirinzi), che accoglie memorie di corpi migranti di tutte le epoche, carichi dei drammi di vite in fuga, di desideri e morte.
Ma Selene, luogo di leggerezza, l’altrove desiderato in ogni epoca, può essere raggiunta perchè accolga il dramma di chi la cerca e si avventura in mare. L’arca diventa ventre materno, rifugio e teatro di desideri e paure.
Emanuela De Notariis




ART BOX

container 3:
USELESS IDEA
“La foresta di diamanti”
2008, installazione.






Useless Idea invita il pubblico ad addentrarsi in un “altrove”, una sorta di bosco fantastico abitato da animali immaginari, disegnati e dipinti.
L’ingresso del container ne è la soglia e il soffitto è il suo cielo, costellato di stelle origami, mentre voci e suoni rapiti alla natura, ai boschi reali, unendosi a sonorità elettroniche, suggeriscono possibili vite al di là del visibile.
I disegni di Useless Idea sono caratterizzati da una complessità di segno e una ricercatezza formale, che conferiscono eleganza al suo lavoro. La linea si complica, si ripete, si avvolge su se stessa e attorno ai dettagli, creando forme che si collocano tra l’organico e il biomeccanico, tra il mondo animale e un altro in cui ogni apparenza rivela qualcosa di completamente diverso, lasciando trasparire inquietudini.
La sua arte nasce da “useless ideas”, idee non collocabili nella categoria dell’ immediatamente utile e del funzionale, perchè sospese nella sfera emozionale. Scaturisce da intime esigenze, da un’incessante necessità di azione e di creazione, che fa della sua meticolosa precisione creativa un processo di decostruzione di sentimenti di instabilità, confusione, frustrazione dei desideri di un’intera società.
Useless Idea lavora prevalentemente nelle aree urbane, nei luoghi abbandonati, su manifesti pubblicitari, insinuandosi come un virus negli interstizi di senso dei linguaggi mass-mediatici. Il suo lavoro non è propriamente politico, ma nasce da sentimenti fermentati sotto la pelle di una società che confina il malessere nella “bella apparenza”, e ne riflette le problematiche.
Il container è lo scrigno che contiene un mondo fruibile come altrove piacevole, ma che oltre l’eleganza formale, attraverso i processi di complicazione del segno, porta le ferite del reale.
Emanuela De Notariis